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Movimento Giovanile | I giovani di Tor Vergata

I giovani di Tor Vergata

ultimo aggiornamento di domenica 29 settembre 2013 14:27

Scritto dopo la GMG di ROMA 2000

I Giovani di Tor Vergata non erano figli di nessuno
don Domenico Sigalini


La prima ondata dei 300.000.

Così mi piace chiamare quella entusiasmante presenza di giovani della prima ora, presenti a Roma fin dal 15 agosto alla messa di apertura nelle parrocchie e diocesi di accoglienza, in S. Giovanni in Laterano e in S. Pietro per l'accoglienza del Santo Padre. Erano 300.000 giovani non inaspettati, non improvvisati, non impreparati agli eventi. Venivano da tutto il mondo, ma erano accompagnati dalle loro comunità cristiane fatte di preti, religiosi, religiose, animatori, famiglie.

L'accoglienza nelle diocesi italiane
150.000 di essi erano stati accolti per quattro giorni gratuitamente nelle diocesi italiane, dove tutta la comunità si era fatta in quattro per condividere con loro esperienze di fede, di convivere civile, di contemplazione artistica, di dialogo in amicizia. Ogni diocesi vi si preparava da almeno un anno, i responsabili degli ospiti e degli ospitanti si erano messi in contatto più volte, si erano scambiati le visite, avevano concordato assieme il programma. A questo sopo le pastorali giovanili diocesane si erano date una struttura, avevano dialogato con le amministrazioni comunali, provinciali e regionali, avevano predisposto vitto e alloggio, preparato sussidi in più lingue, coinvolto le famiglie per l'ospitalità, le istituzioni bancarie e commerciali per sovvenzioni alla luce del sole e soprattutto avevano radiografato il proprio mondo giovanile e ripensato la propria pastorale nei suoi confronti. Erano stati aiutati dai vescovi italiani che nel 1999 avevano loro offerto preziose indicazioni su come educare i giovani alla fede e fare così il punto di tutta quella molteplice attività che le comunità cristiane dedicano al mondo giovanile.
A detta di tutti, in tutte le parti d'Italia: dal Nord, al Sud, al Centro, alle isole l'esperienza di questi quattro giorni è stata formidabile, ricca di esperienze di amicizia, di dialogo, di ospitalità e di fede. I vescovi in prima persona hanno presieduto gli incontri e le esperienze religiose, le autorità civiche si sono sempre dimostrate attente e disponibili, la gente ha fatto festa con loro e se li è coccolati per tutti i quattro giorni.

Le famiglie attente ai giovani
Ma il nucleo portante dell'esperienza sono state le famiglie, con la loro accoglienza concreta, umanissima, semplice, cordiale, dedicata, sempre più coinvolta. Si direbbe che le famiglie in questi giovani hanno riscoperto i loro figli, i loro stessi giovani che vivevano in casa spesso da estranei o da pericolosi concorrenti del quieto vivere. Ancora una volta la famiglia italiana ha tirato fuori tutto il suo capitale di bontà e l'ha messo a loro disposizione. Saremo un popolo di mammoni, ma che bello poter offrire a giovani spesso soli, spesso ignorati, spesso evitati il caldo clima di famiglia che ancora è presente nelle nostre case. Si sono visti genitori prendere le ferie in anticipo o rientrare precipitosamente dalle ferie proprio nel mezzo del ferragosto, si sono intrecciati dialoghi spesso soprattutto con le mani e il sorriso, perché di lingue straniere non ne sappiamo molte, se poi i giovani venivano dall'est era inutile tentare anche il buon giorno a parole: bastava un sorriso, una fetta d'anguria fresca, una colazione abbondante, salame e uova del pollaio di casa. A pranzo poi non si finiva più e la cucina italiana non ha sfigurato. Si sono visti genitori meravigliati di vedere i giovani pregare a lungo in ginocchio ai piedi del letto prima di andare a dormire. Facesse così anche mio figlio. Ma soprattutto le famiglie hanno comunicato quell'abbandono semplice nelle mani di Dio, quella fede concreta di chi si sente amato da Qualcuno, che caratterizza molto del nostro mondo adulto. E i giovani ne sono venuti via contenti, con un pò di nostalgia, con tutti i numeri di telefono possibili. Qualche famiglia li ha seguiti a Roma o è venuta a salutarli prima della partenza il 21 agosto all'aeroporto.

L'arrivo a Roma.
Con una accoglienza così, arrivare a Roma non poteva non essere quello che è stato, non poteva non diventare una esplosione di gioia e di bontà, di disponibilità ad accogliere e a vivere l'esperienza che era stata nei pensieri e nei dialoghi di tutti i giorni precedenti. Erano già un po' i figli della nostra gente, che per la prima volta ha accolto una invasione di stranieri non in divisa militare come è purtroppo capitato finora per l'Italia nelle guerre, ma in abiti di gioia e con una voglia matta di esprimere la propria pace e la propria ricerca di fede.

I giovani italiani e il pellegrinaggio della croce
Gli altri 150.000 erano i nostri giovani italiani, quelli che da tempo venivano aiutati a prepararsi al grande giubileo. Non si contano le iniziative pastorali che sono state fatte in tutta Italia per aiutare i giovani a decidersi per la GMG nei termini più giusti possibile. Non una gita, non una festa soltanto, non un turismo anche religioso, non una avventura, ma una esperienza spirituale capace di riorientare la vita di ciascuno nella direzione di Gesù. Non vale al pena qui di elencare tutte le iniziative, i sussidi, le convocazioni, le lunghe, interminabili iscrizioni, i ripensamenti, le decisioni, i ritiri degli amici, i dubbi e infine la partenza. Una esperienza di preparazione però deve essere assolutamente richiamata e messa nella luce che si merita: il pellegrinaggio della croce del giubileo in tutte le diocesi italiane. E' stata una delle esperienze di pastorale giovanile più capillare, più coinvolgente, più vera dal punto di vista della fede che si sia fatta in Italia dai tempi della famosa Madonna pellegrina. Questa volta non era un popolo stremato dalla guerra e in cerca di valori su cui ricominciare una nuova vita civile, ma erano i nostri giovani, immersi come sempre diciamo nel materialismo e nella noia, che adoravano, portavano la croce dovunque: per le strade, per le chiese, nelle scuole, nei campi da gioco, nelle discoteche, nei supermercati, nelle stazioni, nei porti, nei palazzetti dello sport, nelle carceri, dovunque ci fosse presenza giovanile. E anche qui sempre il vescovo come guida che accoglie, parla, condivide coi giovani momenti di silenzio e di ascolto, di canto e di festa e la comunità adulta che accompagna e sostiene. Dopo un coinvolgimento così intenso con al centro non un fenomeno miracolistico, ma la croce, non si poteva non aspettarsi quell'ondata di giovani, che ha invaso Roma, dialogato col Papa, sbancato tutti gli share televisivi, che ci ha fatto sperare ancora più concretamente in un mondo rinnovato dalla loro fede.
Non erano quindi figli di nessuno, non erano sbucati come funghi, ma erano il punto di arrivo di tanta pazienza educativa, di tanti lavori portati avanti con progetti educativi senza clamore, ma con la pazienza della vita. Tanti preti, tanti genitori alle loro spalle, tanti religiosi e religiose, tanti animatori, tanti associati hanno fatto diventare vita quel "non abbiate paura di essere i santi del nuovo millennio".
A questi 300.000 vanno aggiunti tutti coloro che provenivano da altri paesi e non avevano potuto passare nelle diocesi italiane. Anch'essi ben organizzati e accompagnati dalle loro comunità ecclesiali, dalle loro associazioni, dai loro stessi vescovi. Tutti questi giovani con la loro partecipazione gioiosa, composta (non si sono trovate bottiglie di vino o di alcolici tra i rifiuti dei luoghi da loro frequentati) hanno alzato la seconda ondata, hanno cantato tutta settimana un invito a tutti.


La seconda ondata: i giovani di Tor Vergata.

La cosa più interessante al riguardo è stato il grande effetto di trascinamento di questi ragazzi. Molti vedendoli in TV, vedendo il papa così energico e comunicativo non si sono lasciati irretire da qualche eventuale impossibilità o chiusura di iscrizioni. Io, là ci vado; non m'importa niente, devo esserci. E sono partiti e sono arrivati fin sotto il palco in barba a tutti i pass, i controlli, le raccomandazioni, la polizia, i volontari. Oppure si sono sdraiati laggiù davanti a un megaschermo e si sono sentiti parte di un unico corpo. Molti di loro hanno raggiunto gli amici già al pellegrinaggio giubilare o al Circo Massimo per le confessioni. Sono giovani che aspettano un invito, che stanno spesso alla soglia della chiesa, dell'oratorio, del gruppo: vorrebbero, ma non ne vedono fino in fondo la ragione. Sono quelli raccolti nelle discoteche, dove provocatoriamente siamo andati a stanarli. Li chiamavamo "cani sciolti", e sono stati di più di quelli eventualmente aggregati. Molti di questi erano provenienti ancora da esperienze parrocchiali, ma molti erano quella massa di giovani che aspetta solo di essere coinvolta, convocata, accolta, accostata, stimolata. Per questo il Santo Padre, in continuità ancora con la GMG diceva ai giovani di Albano che occorre stare coi giovani dovunque, per le strade e per le piazze, per i corsi e la villa comunale, per le discoteche e i pub. Non sono nostri giovani solo quelli che partecipano alla vita della comunità cristiana, ma tutti e tutti hanno diritto a sentirsi dire il vangelo, a sentirsi offrire una mano amica, a sentirsi chiamati da cittadini nel regno di Dio. In pratica dice il papa, i luoghi informali della vita dei giovani devono essere spazi educativi, dove c'è qualcuno, anche adulto che offre ragioni di vita, che li aiuta a diventare cristiani convinti. L'assemblea oceanica di Tor Vergata è lo spaccato della pastorale giovanile: la compresenza di giovani che hanno una lunga esperienza di gruppo alle spalle e di giovani dispersi e in cerca di verità, giovani con una forte domanda di vita e una grande carica innovativa, giovani che hanno saputo apprezzare anche i momenti più impegnativi e giovani pieni di domande e di dubbi. Non si abbandonano le piccole riunioni del proprio gruppo, ma non è giusto morirci dentro di asfissia quasi preconizzando tempi migliori per poter uscire allo sbaraglio. Io dico sempre che la fede che hai è solo quella che doni: non annunciamo la fede che abbiamo, ma abbiamo la fede che annunciamo. Da Tor Vergata i giovani sono ritornati con un grande slancio propositivo, che per diventare missionario dovrà purificarsi da preoccupazioni di proselitismo, dovrà approfondire motivazioni, nutrirsi di tanta preghiera. In questa maniera non sarà solo e soprattutto il verbo "venite" che useranno i giovani di Tor Vergata, ma anche e soprattutto il verbo andare. Una volta allargato l'orizzonte, bisogna mantenersi in quota per non ritornare a vivere come polli.

La pastorale giovanile italiana si sta dando una sorta di decalogo per continuare a tenere alta la tensione spirituale:

1. Fiducia e grande stima per i giovani
Una comunità di cristiani deve sbilanciarsi dalla parte dei giovani, sentirsi orgogliosa di essi, investire un massimo di energie per il loro futuro, guardare loro con occhio benevolo, stimolarli sempre alla ripresa. Questo è vero per le parrocchie, per le diocesi, per la scuola, per il dialogo in famiglie, per le associazioni, per la società in genere. Il papa ce lo ha insegnato.

2. Riproporre la fede come continua sfida a sé, agli altri, alla cultura, al mondo: la questione fondamentale della vita.
La scelta del brano di vangelo della domenica, impostato sull'Eucarestia e sull'incalzante dialogo tra Gesù, la gente, i discepoli è la sintesi del modello educativo che il papa offre ai giovani: determinazione, coraggio, radicalità, fino a quel "volete andarvene anche voi?" Qui si gioca la proposta della fede come caso serio della vita, non come insieme di pratiche, di emozioni, di riti. Non ci potrà essere comunità che non si presenti come "laboratorio della fede".

3. Offrire con coraggio, determinazione e chiarezza il patrimonio rinnovato della fede
Durante la settimana si sono succedute a Roma varie esperienze toccanti: il pellegrinaggio alla tomba degli apostoli, la giornata penitenziale con le confessioni, la partecipazione alle catechesi, la diffusione nelle piazze della propria rilettura della fede con spettacoli, veglie, meeting. Non sono elementi nuovi come tanta stampa esalta, sono i mezzi classici e determinanti la vita del cristiano, di cui ogni parrocchia è dotata, di cui ogni gruppo può avvalersi, a cui ogni giovane può accedere. L'elemento di novità forse può essere visto nel linguaggio usato: esplicito, simbolico, fatto di parole e gesti, di canto e danza, di ascolto e partecipazione di tutta la corporeità. La liturgia per i giovani non può restare ingessata nella routine anche se occorre fare i conti con la quotidianità.

4. Rileggere la vita, le sue domande, i suoi problemi come un dialogo con Gesù oggi; l'Incarnazione è lo stile dell'evangelizzazione.
Questi giovani hanno dato l'immagine di che cosa è l'Incarnazione. Hanno dato espressione alla loro fede nel raccoglimento delle chiese e nel tumulto delle piazze, nelle liturgie e negli spettacoli, con il gregoriano e con il rock. Questi giovani non mettono contraddizione tra la notte vissuta nella ricerca di amicizia e di libertà e il giorno nel duro confronto con l'impegno e con i riferimenti adulti. Nell'anno duemillesimo dalla nascita di Gesù, questi giovani ci hanno fatto capire che essere credenti in Lui è comporre in tanti modi diversi e originali la vita di tutti i giorni con i suoi momenti di gioia e di dolore, di canto e di silenzio, di partecipazione silenziosa ai momenti culminanti della liturgia e di esplosione di vita, di preghiera e di riflessione, di ritualità e di gesti concreti, di fede e di ragione.

5. La radicalità evangelica.
La proposta più impegnativa che ne emerge è la radicalità del vangelo. Si è sempre saputo che i giovani non amano le mezze misure, anche se in esse spesso si adagiano, come tutti. Nessuno più coi giovani sarà tentato di fare sconti, di ridurre al minimo, di adattare, sia nel proporre il vangelo, sia nel presentare la vita sacramentale, sia nell'indicare le grandi mete, sia nell'offrire passi calibrati per raggiungerle, sia nel proporre la bellezza della vocazione al matrimonio, sia nell'offrire spazi di ricerca e di decisione per la verginità per il Regno, sia nel chiamare al servizio esigente della carità, sia nel proporre impegni e responsabilità sociali.

6. La missione, il muretto
Tutta la GMG aveva una tensione missionaria; l'aveva il progetto pastorale che si concentrava sulla accoglienza-consegna della fede, l'aveva il modo in cui è stata vissuta entro le chiese e nelle piazze, nel silenzio della preghiera e nella proposta coraggiosa del linguaggio multimediale. Missionarietà è una delle quattro scelte dei nostri vescovi a Collevalenza. Ricordiamo tutti quella famosa frase: i giovani "chiedono di superare i confini abituali dell'azione pastorale, per esplorare i luoghi, anche i più impensati, dove i giovani vivono, si ritrovano, danno espressione alla propria originalità, dicono le loro attese e formulano i loro sogni".

7. La collaborazione con la famiglia e con gli adulti in genere.
Ora che tutti sono tornati, ora che sono cominciate le prime crisi della vita normale non andremo ancora a seppellirci nei nostri loculi sia personali che pastorali: i giovani alle play station e i genitori ai lavori domestici; i ragazzi all'oratorio e i genitori a messa; i giovani nei loro gruppi e nelle loro piazze, nelle loro notti e i genitori ad aspettare con il cuore in gola. Sarà possibile stanare famiglie che assieme ai figli diventano soggetti di evangelizzazione, di formazione, di missionarietà. L'onda lunga di Tor Vergata può continuare.

8. I massmedia e i nuovi linguaggi della formazione e della missione.
La pastorale giovanile non può ignorare questo mondo e stare solo in difesa o attesa di grandi eventi per comunicare la sua vita, le sue aspirazioni, i suoi sogni e i suoi progetti. E' tempo di essere più attivi, quindi preparati e coraggiosi sia nella carta stampata, sia nelle radio, che i giovani ascoltano più delle televisioni, sia in Internet.. Così è di un altro linguaggio fortissimo: la musica, in cui purtroppo il mondo giovanile è ancora troppo passivo soprattutto quando si tratta di andare controcorrente in maniera professionale.

9. La spiritualità del quotidiano.
Diceva un giovane nel giro infinito di mailing list che si sono create dopo la GMG: ""un ritiro, in genere, crea un momento di pace e un'oasi di preghiera, in cui è facile meditare e concentrarsi sulle pratiche spirituali, mentre questo evento ti insegna a vivere la spiritualità DENTRO (sic!) la vita del mondo". Questa scoperta va sostenuta, seguita e rafforzata da guide spirituali che sanno abituare i giovani a misurare la propria convinta adesione a Cristo con tutte le sfide della vita quotidiana, dalle relazioni con gli amici, dalle responsabilità nel lavoro e nello studio alla vita affettiva.

10. La decisione per le grandi scelte della vita.
La proposta insistita del papa ai giovani perché decidano da che parte stare, perché rispondano positivamente alla voce di Dio che parla sicuramente a tutti nell'intimità della coscienza e negli eventi della vita ripropone a tutti coloro che stanno con i giovani l'urgenza di sostenerli nelle scelte della vita. Vocazione, diciamo noi: vocazione sempre all'amore sia nel matrimonio che nella verginità, sempre a servizio del Regno di Dio. Sarà possibile aiutare i giovani a non dilazionare esageratamente, come avviene oggi, la propria decisione fondamentale?

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